Simone La Terra ha trovato la morte a 6100 metri sul Dhaulagiri, emergono i dettagli sulla scomparsa dell’alpinista di Castiglione.

Simone La Terra morto in Nepal

Della tragica morte dell’esperto alpinista di Castiglione Simone La Terra hanno parlato i media di tutta Italia, il dramma si è consumato il 30 aprile a 6100 metri sul Dhaulagiri, in Nepal. Le operazioni si ricerca sono state condotte dall’alpinista Alex Gavan, Pawel Michalski, il pilota Nishal ed alcuni sherpa. E’ stato proprio Gavan ad aver scritto un report sull’operazione, che è comparso sul sito Montagna.tv.

Il racconto di Gavan

Ecco gli stralci salienti del report di Gavan “Alle 11 Simone La Terra e Valdi Kovalewski stanno salendo sulla cresta nord-est del Dhaulagiri, il loro obiettivo è quello di acclimatarsi per un tentativo imminente di vetta senza ossigeno. A 6976 metri, Simone decide di fermarsi e di piantare lì la tenda mentre Valdi sceglie di passare la notte ad una quota più alta per poter affrontare con maggiore sicurezza la cima. Intorno alle 13 Simone chiama con la radio il campo base. Parla con Pawel, io assisto alla conversazione. È nella tenda, stanco e tossisce, ci ha messo due ore per arrivare a quella quota. Il posto dove ha messo la tenda è ripido e stretto ed è attaccato con l’imbracatura alla corda fissa. Dice che i suoi piedi penzolano quasi nel vuoto e per questo lo sgridiamo dicendogli che non è in Yosemite o su qualche altra big wall. Più tardi, alle 17, non riusciamo a metterci in contatto con Simone. Pawel dice di avere una cattiva sensazione, ma non gli diamo tanto peso, in montagna non riuscire a mettesi in contatto è una cosa che può accadere per molte ragioni, non necessariamente cattive.”

“Credo sia morto”

“29 aprile 2018. Alle 10 del mattino, una alpinista spagnola scenda da campo 2 e la sento attraverso la tenda: “Pawel, credo che Simone sia morto”. Mi si contrae lo stomaco, ho un tuffo al cuore ed ascolto la conversazione. Qualche minuto dopo, arriva Valdi e spiega cosa è successo.”

Scomparso sotto gli occhi del compagno di scalata

“Il giorno precedente lui ha continuato a salire fino al campo 3 basso, 7200 metri, un luogo desolato e poco utilizzato. Il vento ha iniziato ad aumentare, tanto che non riusciva a posizionare la propria tenda, così si è ancorato con l’imbragatura ad una vite da ghiaccio fissata alla parete e la tenda con molti paletti da neve. Dopo mezz’ora il vento rompe la tenda e si rende conto di dover scendere. Alle 16 raggiunge Simone e trova rifugio. Valdi è assicurato alla corda fissa e Simone è all’interno della tenda mentre hanno una breve conversazione su come procedere. Pochi minuti dopo, mentre Simone sta sistemando l’interno per far posto a Valdi, che sta togliendo la neve dall’ingresso, un’improvvisa folata di vento colpisce la tenda che si gonfia come la vela di una nave. In una frazione di secondo la tenda vola sulla cresta, Simone è dentro. “No, no, no” le ultime sue parole prima di scomparire nel vuoto e dalla vista di Valdi. Non c’è stato nemmeno il tempo per Valdi di afferrare la tenda per evitare la caduta. Scioccato, rimane a valutare la situazione per qualche minuto. Pensa di scendere sulla linea di caduta di Simone, ma il vento e la neve sollevata dalla raffica rende l’operazione troppo pericolosa.”

Le ultime disperate speranze

“Realisticamente, le possibilità di sopravvivere ad un incidente del genere sono davvero poche, ma nella storia himalayana ci sono alcuni casi. Non potevamo accettare la morte di Simone come un dato: dovevamo fare tutto il possibile per salvarlo o per trovare prove certe della sua morte.”

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La moglie di Simone

“Paola, la moglie di Simone, è stata informata dell’incidente e le è stato chiesto di coordinarsi in Italia con l’assicurazione e di tenere i contatti con i ragazzi dell’elicottero. Il maltempo è arrivato e l’elicottero ha dovuto trascorre la notte al campo base. Una notte lunga, insonne e tesa per me e Pawel a campo 1, a attendere, mantenendo i contatti continui con Dawa, Mingma e Paola.

Mi ha chiesto di darle un’ora per parlare con i genitori, le ho risposto che aveva 5 minuti. Nel frattempo con Mingma e Nishal abbiamo valutato i rischi per me, l’elicottero ed il pilota. La finestra si stava però chiudendo, quindi non abbiamo aspettato la risposta di Paola e siamo tornati sul posto. Era Simone dopotutto. Abbiamo portato una pala, un’ascia da ghiaccio, ma non una corda perchè il pilota non si sentiva a suo agio con l’idea della long line e preferiva che si caricasse la salma all’interno dell’abitacolo. L’elicottero è stato svuotato di tutto per poter agire a quell’altitudine. Abbiamo raggiunto di nuovo il luogo, siamo scesi dall’elicottero. In quell’occasione ho riscoperto la preghiera: il seracco sopra di noi era così instabile e minaccioso. Ho detto “Dio ti prego, non ora”. Inoltre le turbolenze dell’elicottero facevano aumentare il rischio di crolli e che del ghiaccio potesse cadere sulle eliche. Ci è voluta una quantità di energia enorme per far uscire Simone dal ghiaccio e della neve che lo avevano imprigionato. Abbiamo richiamato l’elicottero che stava volando sopra di noi. Io e Mingma abbiamo fatto uno sforzo infernale per tentare di far entrare nella cabina Simone ed è stato inutile. Non riuscivamo a farlo. Più passava il tempo più la situazione diventava disperata. Il rischio che il seracco crollasse a causa dell’elicottero diventata sempre maggiore. Ho fatto segno al pilota di allontanarsi. Ho preso dall’imbragatura di Mingma un cordino ed un moschettone e l’ho legato all’imbragatura di Simone ed ho fatto segno all’elicottero di avvicinarsi. Ho legato Simone all’elicottero e sono volati via. Mingma mi ha implorato di cercare un altro luogo più sicuro per attendere l’elicottero, così siamo scesi in diagonale. Ho chiamato per radio Pawel e lo informato. Nishal è arrivato a prenderci e siamo atterrati tutti a campo base.”

Foto @ Alex Galvan